Roma è leggenda

Tutti conosciamo a grandi linee il mito della fondazione di Roma e i nomi di Romolo e Remo, avendo in mente l’immagine della Lupa Capitolina che allatta i due gemelli quale simbolo dell’Urbe.
Per comprendere meglio il motivo di questo mito però, dobbiamo risalire ad un’altra leggenda legata ad uno dei personaggi più importanti per le radici della storia del Lazio che fu Enea, eroe troiano scampato alla distruzione della sua città, citato diverse volte nell’Iliade di Omero e nell’Iliou Persis di Arctino di Mileto e, come ci raccontano le epigrafi della Tabula Iliaca presso i Musei Capitolini, fuggito verso Occidente, in cerca di un terra che lo potesse accogliere. Tutte leggende che si diffusero nell’VIII secolo a.C. ebbero ulteriori sviluppi e digressioni con altri autori greci, finendo per essere il soggetto anche di raffigurazioni parietali e monetali significative, non solo in Magna Grecia ma anche in Etruria, dalla quale forse venne introdotto il mito a Roma. Al di là delle varianti, delle differenti interpretazioni date dai vari autori greci e dagli storici moderni, il mito di Enea viene riassunto nel grande poema epico di Virgilio, l’Eneide (29 – 19 a.C.) e nelle Vite Parallele di Plutarco (fine I sec. a.C.)
Dopo un anno di regno assieme alla regina Didone presso Cartagine, Enea è costretto ad abbandonare la sua amata regina per volere di Giove, affinchè fondasse la stirpe dei Romani. La regina, accecata dal dolore, prima di commettere il suicidio, maledice la stirpe di Enea promettendo che mai ci sarà amicizia tra il popolo di Enea e quello di Cartagine (da qui la spiegazione mitologica delle future Guerre Puniche).

Approdato in Italia, sulle coste del Latium Vetus (Lazio a sud del Tevere), Enea viene accolto da Latino, re dei Latini, che gli dona in sposa la figlia Lavinia, inizialmente promessa a Turno, re dei Rutuli. Giunone, dea avversa ad Enea, provocando una rissa tra Troiani e Latini, spinge gli Italici (Latini, Rutuli, Caeretani) guidati dall’invidioso Turno a dichiarare guerra ai Troiani, che si allearono con le popolazioni Arcadi del colle Palatino, presso il fiume Tevere ed altre città Etrusche ostili a Caere. Dopo una sanguinosa battaglia, alla morte di Turno, Enea ottiene finalmente il diritto di sposare Lavinia e di sistemarsi in quel luogo che prese il nome di Lavinium (Pratica di Mare)

Da questa fondazione inizia la storia di quel popolo sorto dall’unione di Latini e Troiani che ha per ora centro a Lavinio. Da qui la comprensione di come il Latium Vetus fosse popolato da stirpi provenienti dall’Oriente (Microasiatici e Greci) e da popolazioni locali, tra cui i Latini e i Sabini. Una tale mescolanza di etnie avrebbe dato origine ad una popolazione che nel tempo si sarebbe impadronita di tutto il Lazio meridionale e avrebbe consolidato stretti rapporti tra le varie città e tribù. I Romani dunque sono il frutto di questa mix di genti.
Ci narra infatti Tito Livio, scrittore degli Ab Urbe Condita (Dalla fondazione di Roma), che il figlio nato da Enea e Lavinia, Ascanio o Iulo (da cui deriva la gens Giulia), fondò una nuova città, Alba Longa (Albano o Castel Gandolfo), estendendo i domini del popolo eneide fino ai colli Albani.

Accadde che parecchie generazioni dopo la fondazione di Alba Longa, l’erede al trono Numitore venne spodestato dal fratello Amulio, il quale, per assicurarsi la supremazia sulla stirpe, costringe la figlia del fratello, Rea Silvia, a diventare una sacerdotessa vestale (legata al culto di Vesta, la dea vergine, custode della città). Costei però viene rapita e stuprata dal violento dio della guerra Marte e dà alla luce due gemelli, Romolo e Remo. Qui più o meno la storia diviene un mix tra il mito dell’infanzia di Edipo e quella di Mosè, così come la conosciamo oggi.
Il re Amulio infatti ordina immediatamente l’isolamento di Rea Silvia, che aveva infranto il voto di castità, e l’uccisione dei due gemelli: il servo tuttavia, commosso dall’innocenza dei neonati, li abbandona sulla riva del fiume Tevere, nascosti dentro un cesto. Il Fiume spingerà la cesta proprio sulla riva presso la quale si trovava una grotta, dimora di una lupa (Lupercale). Sentite le urla dei bambini affamati, la lupa corre in soccorso dei due gemelli allattandoli sotto un fico (Fico Ruminale). La storia prosegue: stando al racconto del nostro Livio, i due gemelli vengono successivamente trovati e cresciuti dal pastore Faustolo, suddito di Amulio, insieme alla moglie Acca Larenzia. Proprio su questa donna si focalizzano gli autori più maliziosi che vedono in Acca Larenzia la “lupa”. Il significato della Lupa infatti è piuttosto fumoso. In latino lupa aveva anche il significato di prostituta,  e Larenzia era conosciuta come lupa, in quanto dedita molto probabilmente alla prostituzione: ciò starebbe ad identificare che i Romani sono tutti stati cresciuti da una meretrice, il che non suona molto bene! Molto probabilmente, essendo una leggenda per la quale il confine con la realtà è veramente labile, il significato di lupa come animale e non come prostituta è molto più moralmente valido e accettato dalla Storia. La lupa tra l’altro è accostata nella leggenda ad un picchio che è animale sacro come il lupo, al Dio Marte, padre dei gemelli. Il che rafforza il legame sacro dei Romani al dio della guerra. Del resto, anche i Romani hanno sempre presentato la Lupa come uno dei simboli sacri della città, la quale non sarebbe esistita senza il suo allattamento. Insomma, la verità storica sul significato di lupa è incerto. Dopotutto, non è improbabile che due gemelli abbandonati da una sacerdotessa di stirpe reale venuta meno al suo voto di castità siano stati poi accuditi da una donna povera estranea alla corte, dedita alla prostituzione. Tutto il resto, il picchio, il pastore, la sacralità della discendenza divina, il miracolo del ritrovamento, la compassione del servo infanticida (ripreso dal mito di Edipo) potrebbero essere elementi nobilitanti di una storia reale. Insomma, non diciamo in giro che i Romani sono stati allevati da una prostituta e inventiamoci una storia!!
Come che sia, divenuti adulti e venuti a conoscenza della propria origine, Romolo e Remo ritornano ad Alba Longa per rivendicare la propria discendenza regale. Uccidono Amulio e portano al trono il nonno ancora vivo, Numitore, quel diretto discendente (stiamo parlando di una società patrilineare) di Enea.
Come premio per l’aiuto ricevuto, i due fratelli ricevono dal re il permesso di fondare una città tutta loro, presso il luogo in cui erano cresciuti. Molto probabilmente nella realtà storica il permesso di fondare una nuova città era piuttosto legato, stando a quanto ci fanno intendere Plutarco e Livio, ad un eccesso demografico di Alba Longa, il che portava ad una necessaria migrazione di parte della popolazione, onde evitare il collasso economico della città (stiamo parlando di un’economia di sussistenza).
Quale che sia il fondamento di questa nuova fondazione, la storia ci narra che appena dopo aver solcato il pomerium, ossia il limite sacro all’interno del quale sarebbe stata costruita la città e sopra il quale sarebbero state erette le mura, venne a crearsi un diverbio tra i due fratelli al momento della decisione del nome della città: essendo infatti gemelli nessuno dei due poteva avere diritto sull’altro come primogenito e più importante. Pertanto nessuno dei due poteva decidere, se non mettendosi d’accordo. Romolo infatti voleva chiamare la città Roma; Remo Remuria. Il dissidio non si risolse neanche con una gara di avvistamento degli uccelli (segni augurali inviati dagli dei) e i due fratelli iniziarono a litigare, proprio sul limite del pomerium, dove Romolo diede il colpo di grazia al fratello al momento del superamento della soglia sacra, esclamando: «Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura» (Livio, I, 7). Così Romolo divenne il primo re di Roma, capostipite di una nuova stirpe, quella romulea, meglio conosciuta come Romana.
E’ il 753 a.C., stando a quanto ci dice Varrone, fidatosi dei calcoli astronomici di Lucio Taruzio.

Questa naturalmente è leggenda. Però le leggende portano sempre con sé un po’ di verità, la quale in tal modo viene nobilitata e resa gloriosa agli occhi delle altre città rivali.
Sebbene il 753 a.C. si riveli una data fittizia, essa è comunque vicina al periodo di formazione della monarchia a Roma, in quanto l’insediamento d’VIII secolo aveva la forma quadrata (Roma Quadrata) tipica di un’area sacra limitata da un pomerium (secondo il rito etrusco) e si estendeva sopra quei due grandi colli, anzi montes, che erano il Campidoglio e il Palatino. Molto probabilmente Roma passò da una organizzazione di tipo tribale a una forma molto più complessa di società, dovuto certamente ad un forte incremento demografico dovuto all’insediamento di genti albane presso questo punto del Tevere economicamente strategico. Ma di questo aspetto storico-materiale parleremo in un prossimo articolo.

Roma delle origini è, e rimane ancora oggi, leggenda.

Sapere Aude! 

-Sebastiano Maltese

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Informazioni su Sebastiano Maltese

Archaeologist Born in Rome in 1992, In 2011 graduated in Sandro Pertini High School (Humanistic address) Studies Classical Archaeology in La Sapienza University of Rome. Since 2010 he guides tourists for free, just for friendship and improving English Since 2012 he manages the blog "Roma Instaurata" Contact: Sebmaltese@hotmail.com +39/3202957562

Pubblicato il novembre 18, 2012 su La Leggenda, Storia. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

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