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Galleria: Chiese e Basiliche

Senatus PopulusQue Romanus

E’ il 509 a.C.
Durante l’assedio da parte dei Romani di Ardea, Tarquinio Sesto, nipote del re Tarquinio il Superbo, abusa della figlia del nobile Spurio Lucrezio Tricipitino, Lucrezia. Costei, per la vergogna subita (essendo sposata con  Lucio Tarquinio Collatino, nobile di Collatia), si suicida davanti gli occhi dei suoi parenti…
Secondo la narrazione di Livio, uno dei presenti al suicidio, Lucio Giunio Bruto, estrasse il coltello dalla ferita della donna e disse:

Su questo sangue, purissimo prima che il principe Sesto Tarquinio lo contaminasse, giuro e vi chiamo testimoni, o dei, che da ora in poi perseguiterò Lucio Tarquinio il Superbo e la sua scellerata moglie, insieme a tutta la sua stirpe, col ferro e con il fuoco e ogni mezzo mi sarà possibile, che non lascerò che né loro, né alcun altro possano regnare a Roma

Bruto, Tricipitino e Collatino, giurarono di vendicarne la sua morte. Mostrarono il corpo della donna nella piazza principale di Collatia, attirando l’attenzione della folla, che dopo aver saputo dell’accaduto, si indignò per la blasfemia di Sesto Tarquinio. Raccolti consensi tra i Collatini, la rivolta venne guidata da Bruto verso Roma.

Giunto al Foro, si rivolse al popolo Romano, raccontando della tragica storia di Lucrezia. Quindi con un memorabile discorso dimostrò al popolo che era giunto il momento di porre fine al regno dei Tarquinii a Roma e convinse i suoi concittadini a rendere essi stessi i veri padroni della città. Non contento di aver ottenuto il favore della plebe di Roma, Bruto cercava il consenso soprattutto da parte dell’esercito, che ancora rimaneva sotto il comando del re Tarquinio, essendo ancora impegnato nell’assedio di Ardea.
Tarquinio il Superbo, avvisato della rivolta a Roma, abbandonò immediatamente l’esercito ad Ardea e si diresse verso l’Urbe con un piccolo

esercito per sedare la rivoluzione e affrontare Bruto. Informato della manovra del Re, Bruto riuscì ad evitare lo scontro con l’esercito regio prendendo una strada diversa per Ardea.

E’ il 509 a.C.
Accade l’impensabile per Tarquinio. Giunto sotto le Mura di Roma si vede chiudere le porte della città in faccia. Una voce urla dall’alto del bastione la sua condanna all’esilio, estesa a tutta la sua dinastia.
Bruto intanto, giunto ad Ardea, viene acclamato dall’esercito che con entusiasmo caccia i generali figli del Re, che con imperizia stavano conducendo un inefficace assedio.
I Tarquinii trascorrono il loro esilio a Caere. A Roma, vengono convocati i comizi centuriati che avranno il compito di eleggere i primi due Consoli: essi saranno proprio Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino.

E’ il 509 a.C.
Nasce così la Roma Repubblicana, che prevedeva lo scioglimento di tutti i poteri che fino ad allora erano stati in mano al Re e la ridistribuzione di essi presso nuove Istituzioni, chiamate magistrature.
Il sistema di voto rimase più o meno invariato rispetto all’epoca monarchica e all’ordinamento di Servio Tullio: tre assemblee diverse, i comizi, raggruppavano i cittadini aventi diritto al voto per residenza (Comizi Tributi), per censo (Comizi Centuriati) e per curie o gruppi gentilizi (Comizi Curiati). La Repubblica decretava al popolo l’elezione delle cariche più importanti dello Stato, in particolare ai comizi tributi e centuriati.
I Comizi Tributi avevano il compito di eleggere i Questori, custodi dell’Erario Statale, che aveva sede presso il Tempio di Saturno nel Foro Romano, inaugurato verosimilmente tra il 501 e il 498 a.C.
Anche gli Edili erano eletti tramite questa assemblea: essi avevano il compito di sovrintendere ai lavori pubblici (Cura Urbis) all’annona e dei mercati (Cura Annonae) e più tardi anche ai giochi pubblici (Cura Ludorum)
I Comizi Centuriati curavano originariamente  l’elezione di due grandi magistrature: la Pretura e il Consolato.
Al Pretore era destinato il Potere Giudiziario: ogni loro sentenza costituiva nel tempo il corpus giuridico sulla quale basare le future sentenze, come in sorta di Common Law, per il processo civile o penale. Con l’istituzione della Pretura inizia il lungo corso del Diritto Romano, che non si è creato scientificamente a priori come è avvenuto per il Diritto Moderno, ma si è formato con il tempo in tribunale (sede del Pretore). Alla Pretura è associata l’immagine del Fascio Littorio, simbolo della Legge di Roma.
Ai Consoli, due per costituzione, veniva data la guida dell’Esercito per un anno. Essi erano investiti del Potere Esecutivo e Militare. Con il tempo, la carica del Console divenne sempre più importante, fino a divenire la causa stessa della caduta della Repubblica, come vedremo.
L’elezione di una terza carica, la Censura, già carica del console, venne aggiunta tra le funzioni dei Comizi Centuriati a partire dal 443 a.C.: il Censore aveva il compito di valutare il patrimonio dei cittadini (Censimento) e di sorvegliare sul comportamento dei magistrati e dei cittadini (Cura Morum), nonchè decideva quali personaggi erano candidabili o meno al Senato.
Il Senato con Tarquinio il Superbo era ormai diventato uno sparuto collettivo di anzianotti senza alcun potere, con il compito di assecondare tutti i capricci del Re. Bruto alla nascita della Repubblica si occupò personalmente di ridare un senso a questo nobile organo, riportando il numero di Senatori a 300 e aggiungendo tra essi non solo personaggi proveniente dal ceto Patrizio (Patres Nobiles) ma anche dal ceto medio-alto, quello equestre (Patres Conscripti). Al Senato venne conferito formalmente il solo potere consultivo, cioè il diritto di essere consultato prima di far passare una legge e di dare le direttive ai due consoli. Con il tempo tuttavia, il Senato ottenne sempre più potere tanto che le questioni di Stato venivano discusse e decise in Curia (la sede del Senato presso il Foro Romano, oggi S.Adriano). Accadde così che nei periodi successivi della Repubblica Media e Tarda praticamente si invertirono i ruoli istituzionali:  i Comizi divennero più un mero strumento consultivo e il Senato ottenne il potere legislativo.
In casi di estrema necessità, al Senato spetta anche il compito di eleggere un Dittatore, un console speciale in carica per 6 mesi con il compito di risolvere un problema rischioso per l’integrità dello Stato (generalmente di natura militare).

Nei primi anni della Repubblica il sistema così ideato da Giunio Bruto e dai primi padri della Repubblica resse senza intoppi: nel 493 a.C. viene istituito anche il Concilium Plebis, la più alta forma di democrazia diretta mai espressa a Roma. Essa rappresentava gli interessi della plebe ed era presieduta dai Tributi della plebe. Il Tribunato  era l’unica forma istituzionale alla quale poteva ambire un plebeo, in quanto tutte le altre magistrature erano affidate a persone provenienti dall’Aristocrazia Romana.

La Costituzione Romana, secondo una matura analisi dello storico Polibio, rappresentava la miglior forma di Stato: esso era riuscito a sintetizzare tre forme di governo, la Monarchia (il Consolato), la Democrazia (il Concilium e i Comizi), l’Oligarchia aristocratica (il Senato). Nessuno dei tre poteva essere indipendente dall’altro, in quanto il Consolato è eletto dal Popolo e segue le direttive del Senato; il Senato è sorvegliato dalla Censura; le sorti del Popolo sono gestite dal Senato.

SPQR.
Senatus PopulusQue Romanus. Il Senato e il Popolo Romano

Questa è dunque la formula che ha sintetizzato e sintetizza ancora oggi ovunque nel mondo ciò che è stata la Repubblica di Roma, sinergia tra Senato (colui che pensa, organizza, amministra) e il Popolo (colui che agisce, costruisce, conquista). Un sistema vincente, che tra rivolte della plebe, crisi del Senato, ambizioni dei consoli, è riuscito a mantenersi in equilibrio formalmente fino al 27 a.C., anno in cui Ottaviano assume nella sua persona la guida dello Stato.
Cinque secoli di Repubblica si frappongono tra Giunio Bruto, primo console, e Ottaviano Augusto, primo imperatore. Cinque secoli in cui Roma ha forgiato il suo grande Impero. Nei prossimi articoli vedremo come.

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-Sebastiano Maltese

Galleria: Scorci di Roma

I Busti del Pincio

All’interno del Parco del Pincio si trova una delle più grandi collezioni di busti commemorativi in Europa, nata per idea del I triumvirato della Repubblica Romana nel 1849 ma avvenuta effettivamente solo a partire dal 1851, quando venne restaurato il potere temporale di Pio IX.
La prima serie di busti (1851 – 1860) consisteva nei 51 esemplari scolpiti nel 1849 dai giovani scultori disoccupati che parteciparono al concorso indetto dalla Repubblica di Mazzini.  Fu allora che vennero posti Alberti, Ariosto, Boccaccio, Bramante, Brunelleschi, Cesi, Cesare, Colombo, Dante, Giotto, Goldoni , Pitagora, Raffaello, Rosa, Tasso, Vico, Volta, Colonna, Dandolo, De Marchi, Doria, Michelangelo, Giovanni de’ Medici e Palladio.
Alcuni busti tuttavia non vennero inseriti nel parco, in quanto raffiguravano personaggi non graditi al Potere Papale: solo attorno al 1860 il conte Luigi Antonelli propose di riscolpirli e trasformarli in personaggi ben visti Savonarola divenne Guido d’Arezzo, Alfieri venne trasformato in Monti, Gracco venne riproposto come Vitruvio, Colletta come Plinio il Vecchio, Giovanni dalle Bande Nere divenne Lorenzo il Magnifico, Leopardi apparì come Zeusi, Machiavelli come Archimede.
Vennero invece totalmente esclusi i busti di Napoleone, Giovanni da Procida e Arnaldo da Brescia.
Con Roma Capitale d’Italia, venne proposta una seconda serie di busti (1871 – 1878). Questa volta i personaggi rappresentati sono per la maggior parte collegati al sentimento antipapale e risorgimentale, maturato con la recente nascita del Regno d’Italia, di cui Roma divenne Capitale nel 1870. Proprio per questo la loro raffigurazione esprime quel sentimento di orgoglioso esempio patriottico.
Tra le figure di maggior spicco, ricordo Balbo, Beccaria, Bernini, Bruno, Canova, Cola di Rienzo, Foscolo, Masaniello, Manzoni, Parini, Pellico, Rossini, D’Azeglio, Donizetti, Emanuele Filiberto, Gioberti, Pico della Mirandola. Vennero anche riscolpiti i busti di Leopardi e Machiavelli.
All’architetto Valadier, progettista del Parco del Pincio e di Piazza del Popolo, venne dedicato un busto speciale nel 1873, innalzato su una colonnina più alta rispetto a quelle degli altri busti, inserita all’interno di una piscina di ciottoli bianchi.
Un discorso interessante e assai curioso è da fare sul busto di Angelo Secchi, astronomo gesuita, il cui busto venne montato nel 1878 sopra la mira dell’Osservatorio Astronomico del Collegio Romano che segna il meridiano di Roma attraverso un foro, determinato nel 1860 dallo stesso Secchi.
La terza serie (1917 – 1922) si inserisce all’indomani della I Guerra Mondiale e, non a caso, rappresenta gli Eroi di guerra che persero la vita durante la guerra contro l’Austria. Molti di essi vennero posti fuori il Pincio, immediatamente oltre il ponte che collega il Pincio con Villa Borghese, in quello che viene chiamata Piazza dei Martiri. Tra i più famosi personaggi ricordo Oberdan, Sauro, Baldissera, Chiesa, Deffenu, Rismondo, Battisti, Filzi. Vengono tutti rappresentati con pose austere ed eroiche, prive di espressione, appositamente raffigurati secondo i canoni della scultura eroica che sarà tanto cara all’arte fascista.
La quarta serie (1947 – 1952) conclude la raccolta di busti del Pincio. Vennero posti i busti di Alfieri, già proposto nel 1849 come abbiam visto, Vincenzo Bellini, Scipione Africano, Michelangelo, Grazia Deledda
A proposito di Grazia Deledda, premio nobel per la Letteratura nel 1926, è da notare come le uniche donne ad essere nel Pincio sono tre: la poetessa sarda già citata, Vittoria Colonna e Santa Caterina.
Naturalmente tra le varie serie si inseriscono singole dediche di busti, edificate a scopo decorativo, celebrativo, pedagogico e in linea con il Nazionalismo Italiano molto sentito tra fine XIX e inizi XX secolo.
Alla fine degli anni 50 risultano circa 229 busti.
Sempre più spesso questi busti sono oggetto di atti vandalici e incorrono a frequenti restauri. Nel 1999 un massiccio assalto di vandali distruggono il busto di Michele Amari e deturpano quelli di Michelangelo, Ariosto, Serli, Cavour, Leopardi, Alfieri, Savonarola, Pierluigi da Palestrina, Sgambati, Puccini. La grande strage di busti costò vari milioni al Comune di Roma per il restauro: Michele Amari non venne più rimpiazzato e attualmente è assente all’appello dei personaggi illustri del Pincio, che sono oggi dunque 128. Ancora oggi molti busti sono acefali e non sono ancora stati restaurati: Cesare, Carlo Botta, Plinio il Vecchio, Ariosto, Vitruvio, Papiniano, Serlio.
Un cantiere del 2013 sta invece restaurando i busti di Manzoni, Monti, Bufalini e Nicolini.
Molti sono gli artisti che hanno contribuito a costruire questo museo all’aria aperta dei grandi Italiani, tanti quanti sono i busti. Differenti sono gli stili di rappresentazione, chi in posa eroica, chi ben vestito secondo l’epoca, chi a petto nudo. Come che sia il loro aspetto, tutti raccontano un tassello del grande mosaico della Storia Italiana.

Qui una mappa nella quale vengono localizzati tutti i busti. I busti di Gino Capponi e Giovanni da Procida sono visibili all’interno del piccolo bar/ristorante di Via dei Bambini
Qui sotto le foto di tutti i busti presenti e visitabili al Pincio, con una piccola biografia (fai click per ingrandire).
Busti aggiornati al Gennaio 2013

– Sebastiano Maltese

La Metro C rischia di far crollare il Colosseo

Il presidente di Italia Nostra Roma, Carlo Ripa di Meana: “Sotto Via dei Fori Imperiali verrà scavata una voragine profonda 50 metri per la costruzione della nuova stazione. Minacciata la stabilità delmonumento”. Unica speranza, la Soprintendenza Archeologica che già nel 2009 aveva detto no a questo progetto obsoleto e devastante, fortemente voluto, però, da lobby e politica.
Il glorioso Anfiteatro Flavio potrebbe iniziare a morire tra poco. Subito dopo il voto, infat
ti, inizieranno le chiusure, su via dei Fori Imperiali, propedeutiche all’apertura del cantiere per la costruzione della nuova stazione Colosseo della Metro C. Un progetto risalente al 1990 e realizzato con tecnologie obsolete e drammaticamente invasive, tali da mettere a rischio la stessa stabilità di uno dei monumenti più importanti e visitati del mondo. Tutto con la benedizione di Partiti e comitati d’affari.
È la notizia shock che emerge dalla conferenza stampa di Italia Nostra, tenutasi presso la sede e con l’aiuto dei Radicali Italiani nel pomeriggio del 19 febbraio a Roma, di fronte a giornalisti italiani e stranieri allibiti. “Ci sono serissime preoccupazioni causate dagli interventi che stanno per essere avviati a giorni e che riguardano la costruzione della stazione Colosseo della metro C”. Esordisce così Carlo Ripa di Meana, presidente della sezione di Roma di Italia Nostra, affiancato dai parlamentari radicali Emma Bonino, Elisabetta Zamparutti e dal candidato a governatore del Lazio Giuseppe Rossodivita. “Via dei Fori Imperiali verrà svuotata fino alla profondità di 50 metri. Nello spazio così ricavato verrà costruita la gigantesca stazione della metro C. Il cantiere durerà fino al 2020”.
Un progetto ciclopico e devastante, risalente a 20 anni orsono e criticato dalla stessa Soprintendenza Archeologica già nel 2009, quando, invano, quest’ultima chiese la “pedonalizzazione di Via dei Fori Imperiali” prima di ogni cantierizzazione e giudicava “la risoluzione della problematica ostativa dell’avvio dei lavori”. Molteplici le motivazioni del no, dall’erosione delle pareti del monumento, causata dallo smog e dal traffico, problema che inevitabilmente verrà aggravato dalla presenza in loco di mezzi per le attività di cantiere, fino alla delicatissima questione della stabilità del monumento stesso. “Non c’è nessun dubbio”, si legge nel comunicato di Italia Nostra, “che al momento non si è assolutamente in grado di garantire che le fondazioni del Colosseo non vengano influenzate dai profondi rimaneggiamenti dei terreni che distano poche decine di metri dal monumento”. Tradotto: Non sappiamo se l’Anfiteatro Flavio reggerà ad un’opera del genere, considerato anche che “le indagini archeologiche”, rese obbligatorie dalla “legge sull’archeologia preventiva” che stabilisce l’impossibilità di iniziare lavori prima del completamento delle ricerche, “non sono state portate a termine prima dell’inizio dei lavori, ma si svolgono durante”. Il che, oltre a costituire un’aperta violazione normativa, mette a rischio il monumento simbolo di Roma nel mondo.

In tutto questo la Soprintendenza sta subendo pressioni enormi da lobby e partiti che “vogliono andare avanti a tutti i costi” con lavori che avranno ricadute pesantissime anche sul turismo della Capitale. “Il percorso riservato ai visitatori per raggiungere il Colosseo”, aggiungono da Italia Nostra, “ridotto, dopo la cantierizzazione, a un corridoio largo appena 2.85 metri” che si snoderà inoltre tra operai e mezzi in movimento, “risulterà scoraggiante”. In altri termini diminuiranno i turisti, col risultato che “verrà a mancare la principale fonte finanziaria della Soprintendenza stessa, dato che la stragrande maggioranza dei turisti viene a Roma per vedere il Colosseo”.

E poi la politica. I partiti non potevano mancare in una storia del genere, iniziata vent’anni fa con la celebre “cura del ferro”, che avrebbe dovuto liberare la Capitale da traffico e smog rendendola una città all’avanguardia in Europa con la “metro archeologica”, da inaugurare per il Giubileo del 2000. Un bel sogno svanito tra le carte della Corte dei Conti, la cui relazione presentata l’anno scorso ha certificato il fallimento della Metro C, tra incompetenze, negligenze e illegittimità. “Costi dell’opera schizzati alle stelle”, sottolineano amaramente da Italia Nostra, “tanto da rendere questa metropolitana la più costosa al mondo. Un progetto gestito gelosamente e totalmente all’interno del sistema dei partiti, caratterizzato dalla minima competenza tecnica e dalla massima competenza affaristica. È stata preferita così una tecnologia del tutto obsoleta e dagli impatti devastanti. Il peggio che si potesse scegliere per il luogo più archeologico del mondo, ma una manna per i costruttori senza scrupoli”.

Ora siamo arrivati al dunque. Politica e lobby vogliono andare avanti a tutti i costi, anche mettendo a rischio uno dei simboli dell’Occidente. Il motivo è chiaro: se si ferma il cantiere si perde “il contratto di opere pubbliche più ricco d’Italia”, che può durare decenni e i cui relativi profitti lievitare ancora. E poi il fermo definitivo porterebbe a galla fatti e responsabilità, rischiando di far crollare al posto del Colosseo il sistema di connivenze tra politica e affari. Un ulteriore ottimo motivo per opporsi a questo scempio inaudito.

 – Marco Bombagi per Salviamo il Paesaggio (Coordinamento Romano)Colosseo

Non c’è bisogno di aggiungere ulteriori parole a quanto scritto da Bombagi. Chiedo solo ai lettori di condividere la sua, la mia e spero anche la vostra denuncia. Salviamo il Paesaggio.

-Sebastiano Maltese

 

Il Giardino del Pincio

  • Quartiere: Rione Campo Marzio
  • Via: Gabriele d’Annunzio, dell’Obelisco, dei Bambini, Valadier, di Villa Medici, degli Ippocastani, dell’Orologio.
  • Autore: Giuseppe Valadier
  • Anno: 1811 – 1839; 1848 – 1873.
  • Stile: Neoclassicismo
  • Storia e Descrizione: Se c’è un posto in tutta Roma nel quale si può percorrere la storia d’Italia attraverso i suoi più illustri personaggi, quello è il Pincio. Sebbene con Pincio sarebbe corretto indicare il colle omonimo che si staglia, esile, da nord a sud tra Piazza del Popolo e Villa Borghese, solitamente i Romani indicano la parte settentrionale del colle su cui sorge oggi uno dei parchi monumentali più belli di Roma.
    Nonostante le modeste dimensioni del parco, chiuso a sud da Palazzo Medici e delimitato dalle mura Aureliane addossate alle sue pendici, la spettacolarità della zona è offerta da uno stupendo panorama su Roma e dallo sterminato numero di statue e busti che si concentrano tutti lungo le vie principali della passeggiata.
    In realtà, già prima la costituzione del parco per volere di Napoleone (si tratta del primo parco pubblico di Roma), il Pincio aveva già ospitato diversi orti e giardini privati.
    La Capitale dell’Impero Romano era circondata da un anello di parchi, i cosiddetti Horti, gioiello delle famiglie più facoltose di Roma, nei quali erano presenti piccoli templi, giardini, fontante, portici, padiglioni, terme, collezioni e gruppi di statue. Il Pincio, trovandosi a stretto contatto con il Campo Marzio, fu tra i primi a divenire suolo oggetto dell’Ars Topiaria (Giardinaggio). Già in epoca Repubblicana vi trovavano luogo gli Horti Aemiliani, voluti da Scipione Emiliano dopo la distruzione di Cartagine (146 a.C.);  gli Horti Lucullani, desiderati da Licinio Lucullo dopo la vittoria su Mitridate del Ponto nel 63 a.C., costruiti su più terrazze e collegati tra loro da monumentali scalinate, che si concludevano con una grande esedra al di sopra della quale vi era un tempio a pianta circolare (tholos) dedicato alla Fortuna. Molto probabilmente il progetto si ispirò al più antico Santuario della Fortuna Primigenia di Praeneste che si struttura allo stesso modo; gli Horti Sallustiani, voluti da Gaio Sallustio, facoltoso propretore d’Africa, estesi  anche su gran parte della valle tra il Pincio e il Quirinale, divennero gli Horti più famosi di Roma, avendo al suo interno obelischi (uno dei quali svetta oggi sopra la scalinata di Trinità dei Monti), copie di statue originali greche, il Tempio di Venere Erycina, criptoportici, grandi padiglioni voltati; molto probabilmente avevano sede anche gli Horti desiderati da Pompeo Magno, gli Horti Pompeiani.
    In età Imperiale poi il Pincio subì alcune modifiche. Marco Vipsanio Agrippa scavò una galleria per far passare il sesto acquedotto di Roma, che avrebbe dovuto approvvigionare il Campo Marzio, l’Acqua Virgo.  Grazie a quest’opera il Pincio vide l’irrigazione degli Horti e la possibilità di creare fontane e terme all’interno degli Horti stessi. Gli Horti Sallustiani e Lucullani vennero unificati, così da creare un grande unico Hortus, e vennero ad aggiungersi anche gli Horti della Gens Anicia e della Gens Acilia.
    La necessità con Aureliano nel 271 di costruire una nuova cinta muraria portarono gli Horti della parte settentrionale ad essere contenuti all’interno di quel tratto di mura che oggi prende il nome di Muro Torto, data l’irregolarità delle mura che dovevano seguire gli Horti stessi. Nel IV secolo l’intera zona venne acquistata dalla Gens Pincia, tant’è che da quel momento l’unico, grande, complesso di Horti venne detto “in Pincis”, dando il nome all’intero colle (Mons Pincius). Il luogo viene anche ricordato come Sepulcrum Neronis, in quanto nei pressi del Muro Torto vi era il sepolcro dell’imperatore Nerone (morto nel 68).
    In epoca Medievale gli Horti vennero abbandonati e lasciati all’incuria e al pascolo degli animali. Le grandi opere vennero trafugate e i monumenti crollarono e furono depredati dei loro marmi.
    Verso la fine del XV secolo il Pincio ospitava una modesta vigna di proprietà della famiglia Crescenzi, con tanto di palazzina. Nel 1564 la proprietà passò alla famiglia Ricci che fece restaurare da Annibale Lippi e Michelangelo la Casina. Nel 1574 l’intera proprietà Ricci venne acquistata da Ferdinando de’ Medici, che fece completare i lavori iniziati dai Ricci, secondo un progetto nuovo, da Bartolomeo Ammannati: l’intera proprietà venne monumentalizzata e ripulita, vi venne costruito una fastosa villa e un grandioso giardino all’italiana, che venne decorato secondo il gusto del tempo con opere d’arte rinascimentali e reperti archeologici greci e latini. Passata a Napoleone Bonaparte nel 1803, Villa Medici divenne sede dell’Accademia di Francia, ostello per i vincitori del Prix de Rome.
    Tuttavia la parte a nord che rimaneva del Pincio rimase ancora abbandonata. Nel 1811 Napoleone diede dunque inizio a un grande progetto, affidato a Giuseppe Valadier, che vedeva la sistemazione e la monumentalizzazione di Piazza del Popolo e del Pincio, sul quale sarebbe sorto un parco pubblico chiamato Jardin du Grand César (Giardino del Grande Cesare).
    Ma con il ritorno nel 1814 di Papa Pio VII il progetto di Valadier dovette andare incontro le richieste del Papa, che sebbene non avesse tolto l’affidamento dei lavori all’architetto, desiderava collegare Porta Flaminia con il Pincio e cambiare il nome al Giardino del Grande Cesare in Giardino del Pincio. A Valadier dunque si deve la grandiosa terrazza, dedicata successivamente a Napoleone I, che si affaccia su Piazza del Popolo creando un unico complesso scenografico con Piazza del Popolo, dal gusto Neoclassico, tanto caro all’architettura dell’Europa Napoleonica. La terrazza, architettonicamente semplice, conclude questo tripudio scenografico donando all’intero complesso verticalità e maestosità, grazie ai tre archi chiusi da colonne corinzio nel piano inferiore. Il tutto si celebra con una grandiosa fontana a zampilli, posta all’interno del terrazzino arcato, che dà sfogo alla già citata Acqua Virgo. A questa si aggiungo poi altrettante fontanelle a zampillo poste ai piedi del complesso. Un grande bassorilievo decorativo, incassato ai piedi della Terrazza,  illustra la Vittoria Alata che incorona il Genio della Pace e il Genio del Commercio: venne scolpita da Baini e Stocchi, due allievi del Canova, nel 1830, e accompagna lo spettatore lungo Viale D’Annunzio.
    Il piccolo parco venne decorato con pini marittimi, palme, ippocastani e querce, così da offrire ai romani un riparo dal sole e dal caldo, divenuto subito di moda per le passeggiate domenicali dei borghesi. Inoltre Valadier volle restaurare una piccola palazzina costruita sulle rovine di una delle cisterne dell’Acqua Virgo degli Horti Aciliani, con lo scopo di tramutarla in sua dimora privata. Il Valadier tuttavia non vide mai il suo progetto a causa della sua morte nel 1839. La “Casina Valadier”, subito ribattezzata così in suo onore, divenne sede di un elegante caffè neoclassico, per poi divenire la casa del custode e centrale dei nazisti durante l’occupazione di Roma. Un restauro del 2004 ha ridato gloria alla Casina ed attualmente è un raffinato ristorante.
    L’architettura della Casina è semplicemente deliziosa, leggera e semplice, la cui scenografia si coglie dalla simmetria della facciata, regolata da una doppia rampa di scale semicircolare e dall’entrata racchiusa da un’esedra colonnata, vivacemente dipinta quasi a richiamare le pitture pompeiane.
    Nel 1822 Pio VII donò al parco del Pincio un obelisco (Obelisco Pinciano) costruito da Adriano (dedicato in onore del defunto compagno Antinoo morto affogato nel Nilo nel 130), riposto nel Cortile della Pigna dei Giardini Vaticani già dal XVIII secolo e da questo momento posto nei pressi della via principale che taglia il parco da est a ovest.
    L’idea di porre dei busti commemorativi di personaggi italiani illustri avvenne nel 1849, quando venne rovesciato il potere temporale di Pio IX e fondata la Repubblica Romana da Mazzini, Saffi e Armellini. Il nuovo governo decise di dedicare 52 busti sul Pincio per dare lavoro al numero rilevante di scultori rimasti senza impiego. Con la caduta della Repubblica e il ritorno di Pio IX a Roma, la posa dei busti avvenne partire dal 1851, e solo per i personaggi che erano visti di buon occhio dall’autorità papale. Divenuta Roma Capitale d’Italia, il numero dei busti al Pincio salì di numero, soprattutto negli anni ’20, fino ad arrivare al numero di 230 busti. Vennero inclusi i busti esclusi dal Pio IX e ne vennero dedicati di nuovi, soprattutto agli eroi di guerra. Tra queste dediche è da includere anche la statua di Enrico Toti, raffigurata nel momento in cui scaglia la sua stampella, ferito, contro il nemico come ultimo atto eroico, posta nel 1922 insieme ad altri busti di eroi, tra cui quelli di Piazzale dei Martiri di Villa Borghese.
    Nel 1873 inoltre, incastonato su una roccia decorativa al centro di una fontana, venne posto l’Idroconometro inventato dal monaco domenicano Giovan Battista Embriaco, il quale lo presentò all’Esposizione Universale di Parigi nel 1867 riscuotendo molto successo. La creazione del complesso fontana-orologio si deve all’architetto Gioacchino Ersoch. Un’altra fontana degna di nota, del 1875, è la fontana del Mosè, in asse con la terrazza Napoleone I, tra i pini, che raffigura, secondo la tradizione biblica, la figlia del Faraone nel momento in cui ritrova l’abbandonato Mosè sulle acque del Nilo. La bellissima statua ha come sfondo una selva di papiro, creando così un bellissimo connubio tra arte e natura, tra scultura e giardinaggio. Una terza fontana è quella più recente di Amleto Cataldi, la fontana dell’Anfora, dal gusto più avanguardista, del 1913.
    Nel 1905 venne creato il ponte che attraversa via del Muro Torto e collega Piazzale dei Martiri di Villa Borghese al parco pinciano e nel 1926 venne creato un ascensore che collegava via del Muro Torto al parco, oggi inutilizzato.
    Il Pincio è anche sede del Teatro San Carlino, della famiglia Vitiello da Napoli, che dal 1997 (stabilmente dal 2004) intrattengono bambini ed adulti con recitazioni teatrali, musica, spettacoli di burattini, favole. Per ulteriori informazioni, visitare il sito www.sancarlino.it.
    Tanto per fare del Pincio un luogo incantato, una leggenda vuole che il fantasma di Nerone si aggiri dalle parti del Muro Torto, in cerca di qualche passante che lo ascolti recitare poesie. Sempre a proposito di fantasmi, più recente è la storia dei patrioti Angelo Targhini e Leonida Montanari, decapitati nel 1825 a Piazza del Popolo per lesa maestà e sepolti alle pendici del Muro Torto (chiamato anche Muro Malo in quanto cimitero per prostitute, criminali e traditori). La credenza popolare vuole che i loro fantasmi errino per il Pincio di notte, con le loro teste tra le mani, suggerendo i numeri vincenti del Lotto ai passanti.
    Ecco, il Pincio è un luogo incantato dove storia, natura, architettura ed arte si mescolano tra loro creando un cocktail di Fantasia e Magnificenza. Ahimè oggi il parco non riceve le stesse cure che nei tempi passati avevano meritato, ma mantiene intatto il suo fascino, seppur  visibilmente antico e stanco. l turista rimane sbalordito quando, dopo una faticosa salita da Piazza del Popolo o dopo una passeggiata da Villa Borghese, viene catapultato in questo giardino monumentale che si affaccia su uno dei panorami più entusiasmanti di Roma. L’Alba, il Tramonto, le luci della Notte dipingono questo sublime paesaggio di tetti e cupole sempre in modo diverso, a seconda della stagione e dell’ora. Lo stesso Romano vede nel Pincio sempre qualcosa di diverso, ed è sempre la prima volta quando si ritrova ad ammirare la sua città, come se ne fosse il padrone, per l’ennesima passeggiata al Pincio.

– Sebastiano Maltese

Buon Natale!

Roma Instaurata augura un Buon Natale a voi e alle vostre famiglie!

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I Re Etruschi (616 – 509 a.C.)

  • TARQUINIO PRISCO (616 – 579). Il V re di Roma proveniva da Tarquinia, una delle più floride città dell’Etruria meridionale nel VII secolo, da cui prese il nome. Infatti le fonti ci narrano che il vero nome del re fosse in origine Lucumone, che in etrusco vuol dire RE.
    Era figlio di un greco, Demarato, fervente democratico, che si trasferì a Tarquinia in esilio dalla Tirannide dei Cipselidi di Corinto, sua città natale. Il padre ebbe una grande influenza sul giovane Lucumone, al quale insegnò il greco e le ideologie politiche antitiranniche.
    Per questo motivo, Lucumone era mal visto dalla monarchia tarquiniate, troppo conservatrice, legata al potere del lucumone e diffidente delle ideologie greche, tanto che dovette abbandonare Tarquinia su suggerimento della moglie Tanauquil, per trasferirsi nella Roma di Anco Marzio. Una leggenda vuole che un’aquila, appena Lucumone mise piede a Roma, rubò il cappello del giovane per poi farlo cadere sulla sua testa: un evento curioso quanto eccezionale che Tanaquil, esperta dell’arte divinatoria etrusca, interpretò come buon auspicio di Potenza e Regalità.  In effetti  Lucumone, che abbracciati i costumi romani cambiò ben presto il nome in Lucio Tarquinio insieme alla moglie, nota ora come Gaia Cecilia o Gaia Cirilla, divenne un personaggio piuttosto famoso a Roma, seguendo le orme del padre nella carriera politica presso la corte di Anco Marzio, tanto che il re lo accolse nella sua famiglia adottandolo come figlio e come fido consigliere.
    Fu così che alla morte del re, Tarquinio venne acclamato dal popolo di Roma come legittimo successore, divenendo il primo re di origini (e cultura) Etrusche.
    Non è un caso che Tarquinio, detto Prisco (cioè “il Primo”, per differenziarlo dal VII re Tarquinio il Superbo), abbia indirizzato l’espansione di Roma verso il territorio Etrusco: quasi per vendicare la sua fuga da Tarquinia, il re soggiogò al potere di Roma non solo la sua città natale, ma anche tutte le altre città etrusche che erano corse in aiuto a Tarquinia. Caere, Veio,  Arezzo,  Chiusi, Cortona, Perugia, Roselle,  Vetulonia, Volsinii, Volterra e Vulci (le Dodici Città) vennero tutte piegate al potere di Roma, che divenne a sua volta una città “etrusca” grazie alla grande quantità di opere d’arte e oggetti preziosi che giungevano dalle città sconfitte.
    Proprio con Tarquinio Prisco Roma diventa una città culturalmente egemone nel centro  Italia: non a caso a lui si deve l’introduzione di numerose pratiche cultuali, religiose, morali etrusche nella ritualità romana, come ad esempio la celebrazione del Trionfo dopo una vittoria militare (avvenuta per la prima volta con il re dopo la sconfitta dei Veienti), la musica e i simposi per pubbliche manifestazioni, la moda etrusca (il paludamentum, la trabea, la toga); vennero introdotti i Fasci Littori, la Sella Curule e le Faleree come simbolo del potere regale.Tarquinia, Tomba dei Leopardi
    In ambito urbanistico introdusse l’architettura etrusca sia civile che religiosa. L’innovativo sistema dell’arco diede la possibilità di costruire la Cloaca Maxima, la prima grande fogna di Roma (ancora ben funzionante!!), che risolveva molti problemi dovuti alle esondazioni del Tevere. Bonificò nuovamente l’area del futuro Foro Romano per le assemblee del popolo e fece costruire sul Campidoglio il primo grande tempio di Roma, il Tempio di Giove Capitolino. Un tempio che risente molto del cosidetto stile Tuscanico, molto differente da quello Greco per struttura e suddivisione degli spazi: una novità a Roma che diede all’Urbe un taglio moderno e valido agli occhi soprattutto degli stranieri. E’ questa una strategia di Roma molto forte: assimilare i caratteri culturali delle popolazioni soggiogate, aspetto che si rivela continuo e costante per tutta la storia della città.
    Ma Tarquinio non si curò solo degli aspetti più pragmatici del suo regno: fu proprio con la costruzione del Tempio a Giove che vennero istituiti in nome del Padre degli dèi i Ludi Romani, dal 12 al 14 Settembre, nei quali avvenivano celebrazioni e giochi quali lotte e corse dei cavalli. Proprio per la corsa dei cavalli Tarquinio fece sistemare l’area ai piedi del Palatino meridionale spianando il terreno e dando forma a quello che sarà il futuro Circo Massimo.
  • SERVIO TULLIO (579 – 539). Il regno di Tarquinio Prisco si concluse con il suo assassinio da parte dei figli di Anco Marzio che, avvalendosi della legittima discendenza regale, tentarono un colpo di Stato. Nonostante la morte del re, il piano fallì grazie all’abilità di Tanaquil che riuscì a far eleggere dal popolo, ancora ignaro dell’avvenuta morte del re, suo genero Servio Tullio come se fosse il legittimo successore.
    Servio era di umili origini, probabilmente figlio di una serva veiente alla corte di Tarquinio Prisco. Nonostante il suo status servile (da cui il nome),  Tanaquil intravide anche in costui un futuro regale e per questo  motivo gli diede in sposa sua figlia, divenendo così il legittimo successore di Tarquinio.
    Un’altra leggenda raccontata dall’imperatore Claudio durante un suo discorso e rappresentata nella famosa tomba François di Vulci, vede Servio Tullio come Macstarna, che secondo Massimo Pallottino va inteso come “servo del Magister (Populi)”,  il “comandante dell’esercito”, cioè come fedele servo di Celio Vibenna, conquistatore di Roma in un momento non ben preciso del VI secolo.
    Di più non sappiamo.
    Mi piace tuttavia pensare che i fratelli Aulo e Celio Vibenna, forse di Vulci, avendo approfittato del caos e dell’instabilità politica a seguito dell’attentanto a Tarquinio Prisco guidarono i loro eserciti alla conquista di Roma, divenendone padroni. Solo alla morte di Celio Vibenna, il figlio adottivo Macstarna succedette alla guida del padre/padrone, divenendo il VI re di Roma. Ma questa è pura trama da thriller. Ritornando a noi, sappiamo che Servio Tullio introdusse un’importante riforma fiscale e sociale a Roma: attraverso un grande censimento (il primo nella storia di Roma), divise la popolazione in classi di censo (cioè secondo il patrimonio) e formò l’esercito basandosi su questa classificazione e sulla disponibilità di forza militare (incluso equipaggiamento) che ogni classe poteva offrire.
    Come in una sorta di Welfare State della guerra, le classi più ricche dovevano riconoscere la valenza politica delle classi più basse (Plebe con l’eccezione dei nullatenti, i Proletarii), in quanto anch’esse partecipavano all’arruolamento dei soldati in battaglia, e perdere dunque il privilegio di poter decidere negli affari dello Stato:  la cittadinanza romana (cioè il diritto di voto) combaciava con la partecipazione militare in guerra. Sebbene il potere rimanesse comunque al re, ogni classe aveva il diritto di esprimersi attraverso un voto, influenzando quindi la decisione regale.
    Roma diventa in qualche modo una sorta di democrazia della guerra, dove tutti hanno gli stessi diritti e doveri, se e solo se combattono. Chiunque offriva il suo sangue per Roma, doveva essere riconosciuto politicamente.  Per questo motivo il termine di Timocrazia usato da alcuni storici a mio avviso risulterebbe forzato. Non a caso questo fece crescere da un lato la potenza militare di Roma, che vide ingrandito enormemente il suo esercito, dall’altro fece aumentare lo scontro tra i Patrizi (i già citati Patres del Senato) e la Monarchia: possiamo dire che Servio Tullio abbia posto, molto anticipatamente e forse troppo innovative, le basi per l’organizzazione sociale della Roma Repubblicana, come vedremo in seguito. A questa grande riforma socio-politica, Servio Tullio introdusse anche una riforma urbanistica che vide l’inclusione al Pomerium (notevolmente ampliato) i  colli Quirinale, Viminale ed Esquilino e la suddivisione della città in quattro tribù, la Suburana, la Palatina, la Collina e la Esquilina, nelle quali patrizi e plebei si trovavano a convivere per la prima volta senza distinzione di classe.
    Servio mirò anche a dare a Roma un’importanza religiosa per tutto il Centro Italia occidentale:  trasferì il culto associativo di Diana Nemorensis di Ariccia presso l’Aventino (540 a.C.). Questo fece si che Roma assumesse il ruolo di autorità religiosa presso tutte le città del Latium Vetus che fino alla I Repubblica si ritrovavano in una coalizione con funzioni inizialmente antietrusche nota come Lega di Ariccia. Oltre a ciò, a lui si deve probabilmente la costruzione del Tempio di Mater Matuta e di Fortuna presso il Foro Boario. Il regno di Servio Tullio finì nella tragedia per il tradimento della figlia, Tullia Minore, sposa del figlio di Tarquinio Prisco, Lucio Tarquinio. Questo un giorno si presentò in Senato e si sedette sul trono del suocero rivendicandolo per sè; Tullio, avvertito del fatto, si precipitò nella Curia per denunciare Lucio ma vedendo il Senato desistere (come abbiamo visto Servio se l’era inimicato con la riforma fiscale da lui promossa), passò dalle parole alle mani, facendo scoppiare un tumulto in Senato. Durante la zuffa, Servio venne spinto giù per le scale della Curia dallo stesso Lucio: tramortito per la brutta caduta, non fece in tempo a rialzarsi che fu finito dalla figlia Tullia, la quale passò sul corpo del padre con il cocchio reale, uccidendolo.
    Lasciato il campo di Ardea e tornato a Roma con il desiderio di vedere la famosa Lucrezia, Sestio se ne invaghì e volle farla sua: tentò di sedurre la donna, ma vedendo che questa faceva resistenza per mantenere il voto del matrimonio, le fece violenza. Per il dolore di esser venuta meno al matrimonio e per l’umiliazione subita, Lucrezia si suicidò davanti al marito, al padre e a Giunio Bruto.
    Bruto e Collatino giurarono sul cadavere della povera donna di vendicare il suo suicidio cacciando i Tarquinii da Roma: convocato tutto il popolo in assemblea nell’area del Foro, Bruto fomentò  la plebe e il patriziato, per la prima volta uniti per motivi politici, a destituire il regime di Tarquinio il Superbo.
    Furono confiscati tutti i beni della famiglia di Tarquinio, compreso il Campo Marzio, i cui covoni di grano secondo la leggenda vennero gettati nel Tevere e accumulandosi portarono alla formazione dell’Isola Tiberina.
    Avvisato del colpo di stato, Tarquinio si diresse verso Roma lasciando i figli ad Ardea a capo dell’esercito. Ma grazie ad un abile strategia Bruto, che era venuto a sapere in tempo dell’arrivo del re, si diresse prima ad Ardea dove venne acclamato dall’esercito che si ribellò al comando dei Tarquinii, poi inseguì il re  fino alle porte di Roma, dove non trovando via di fuga fu costretto ad abdicare e ad autoesiliarsi a Caere insieme ai figli. Solo Tarquinio Sestio venne ucciso dai familiari di Lucrezia a Gabii.
  •  TARQUINIO IL SUPERBO (539 – 509). Proprio per il terribile regicidio e per aver vietato il funerale e la sepoltura del suocero, a Lucio Tarquinio venne dato l’appellativo di Superbo.
    Il suo regno assomigliava più che ad una monarchia ad una vera e propria dittatura moderna, o per dirla all’antica, ad una Tirannide, una Monarchia Assoluta.
    Nonostante il Senato lo avesse appoggiato nel rovesciare il trono di Servio Tullio, esso mirava più ad imporre un’oligocrazia di Patres che a nominare un nuovo re. Per questo motivo, grazie all’intervento della sua guardia del corpo armata, Tarquinio si autoproclamò re con la forza, senza l’appoggio del Senato e senza il consenso della Plebe, che era legata al precedente re per la preziosa riforma sociale. In breve tempo smantellò la riforma serviana e instaurò un regno del Terrore: uccise i patrizi più sospetti e soppresse le rivolte popolari nel sangue. Non solo, con grande blasfemia si appropriò del Campo di Marte (Campo Marzio) dove era stato sepolto Romolo, e lo fece coltivare a grano.
    Anche con le città della Lega di Ariccia (la coalizione delle città del Latium Vetus antietrusca), mantenne un atteggiamento Il Tempio di Giove Capitolino - ricostruzionetirannico e ostile: mise a morte un legato di Ariccia per averlo denunciato di dispotismo all’interno della Lega; conquistò Gabii e Ardea, città dell’alleanza; condusse la Lega stessa in guerra per la prima volta contro i Volsci (capitale Anzio) conquistando la roccaforte di Pomezia; fondò la colonia di Circeii, mettendo in concorrenza i mercati del Latium Vetus meridionale. Sotto il suo regno vennero tuttavia portati a termine, con una revisione del progetto originale, i cantieri della Cloaca Maxima e del Tempio di Giove Capitolino.
    Il regno di Tarquinio il Superbo si concluse a causa di una rivolta popolare. Si narra che durante l’assedio di Ardea, il nipote del re, Tarquinio Sesto, si fosse incuriosito alla descrizione di un soldato di una donna, Lucrezia, moglie di uno dei più nobili Patres di Roma, Lucio Tarquinio Collatino, figlia di Spurio Lucrezio Tricipitino, nonchè moglie di Lucio Tarquinio Collatino.

E’ il 509 a.C. e si conclude con la cacciata dei Tarquinii da Roma il periodo monarchico dell’Urbe. Tarquinio il Superbo tenterà fino alla sua morte nel 495 a.C. di riconquistare, con l’aiuto del lucumone di Chiusi Porsenna, il suo trono, come vedremo.

Come che sia, a Roma ebbe inizio una nuova era: quello della Repubblica, che vide Giunio Bruto secondo la tradizione come primo console. La Roma dei Tarquinii è ormai una Roma totalmente differente da quella di Romolo o di Anco Marzio: è ormai un centro culturale molto ricco, pregno della cultura etrusca che tanto ha contribuito a fare di Roma una città complessa e ben organizzata, socialmente stabile e ottimamente funzionante, anche sul piano economico internazionale. Solo l’eccessivo strapotere dei patrizi porterà la nuova Repubblica a rivedere la sua organizzazione sociale interna e a promuovere la democrazia all’interno dello Stato. Ma questo è un altro capitolo della storia.
-Sebastiano Maltese

La chiesa Ortodossa di Santa Caterina

  • Quartiere: Aurelio
  • Via: del Lago Terrione
  • Autore: Andrej Obolenskij
  • Anno: 2003 – 2009
  • Stile: Revival Russo
  • Storia e Descrizione: Già nel 1803, con l’istituzione da parte dello Zar Alessandro I della Chiesa greco-ortodossa (diocesi di San Pietroburgo) a Roma, si sentiva la necessità di costruire una sede stabile che avesse la funzione di luogo di culto per gli ambasciatori russi presso la corte papale e come casa per il neo arcivescovo di Roma (Archimandrita nel rito bizantino). Lo sforzo bellico della Russia contro Napoleone, tuttavia, ostacolò il progetto di una sede stabile per la Chiesa Ortodossa, la quale venne ospitata nelle stanze dell’ambasciata Russa. Solo nel 1898, grazie alle pressioni dell’Archimandrita  Kliment, si riaprì la proposta di costruire una chiesa per i fedeli. Progetto che venne accolto e seguito dallo Zar Nicola II e dal principe Abamelek-Lazarev, presidente del “comitato di costruzione” e ambasciatore a Roma. Costui giocò un ruolo importante per il progetto della chiesa, soprattutto allo scoppio della I guerra mondiale nel 1914, quando il progetto sembrò passare in secondo piano: nel 1915 a nome dell’ambasciata russa il principe comprò dalla famiglia Ricasoli una villa sul Gianicolo, che oggi porta appunto il nome di Villa Abamelek. Sarebbe stato nel giardino di questa grande villa che sarebbe sorta, nella mente dell’Abamelek, la nuova chiesa. Tuttavia il piano si fermò alla morte del principe nel 1916 e allo scoppio della rivoluzione Russa nel 1917, con la conseguente salita al potere della dittatura socialista. Alla morte della principessa Abamelek (consorte del defunto principe), nel 1936, l’edificio divenne proprietà dellUnione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che, nel 1946, ne fece la propria sede diplomatica. Dobbiamo aspettare lo scioglimento dell’URSS nel 1989 per vedere risollevata la questione della necessità di erigere a Roma una chiesa ortodossa. Nel 1991 infatti la sede di Villa Abamelek divenne Ambasciata di Russia mentre gli  stati dell’Est ex Socialisti si trasferirono in strutture alternative: per questo motivo i nuovi corpi diplomatici, aumentati in numero, necessitavano di un luogo di culto più ampio ed estraneo alla Russia. A tutto ciò c’è da aggiungere il grande fenomeno di immigrazione post ’89 che vide il trasferimento di numerose famiglie russe in Italia e a Roma.
    Il nuovo proposito di costruire un nuovo luogo di riunione venne avallato da Alessio II, Patriarca di Mosca e, nel 1999 l’Ambasciata della Federazione Russa fece formale richiesta al Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana ed al Comune di Roma per ottenere la possibilità di costruire un nuovo edificio di culto in una parte del parco di Villa Abamelek.
    Nel 2000 venne presentato il progetto per l’edificazione della “Chiesa di Santa Caterina Martire”, ad opera di Andrej Obolenskij, sul terreno di Villa Abamelek, all’angolo tra Via del Lago Terrione e Via delle Fornaci, a pochi passi dal Vaticano. Progetto che venne approvato nel 2002 e messo in atto dal 2003 al 2009, quando la nuova chiesa venne consacrata dal Patriarca di Mosca, alla presenza delle autorità russe ed italiane.
    Il nuovo edificio riprende, in chiave moderna, il così detto “Revival Russo” o “Neo-bizantino”, in quanto fonde elementi architettonici della Rus’ di X-XII secolo con lo stile più morbido ed essenziale, semplice, dell’architettura contemporanea.
    Il complesso di Santa Caterina è strutturato su due livelli lungo il clivio di Villa Abamelek (Monte del Gallo) e si compone del Katholicon (l’aula di culto), sopra il quale si trova l’edicoletta-campanile, mentre al piano inferiore si incontrano gli ambienti di ricevimento, con una cucina e un piccolo refettorio, nel quale si riunisce la comunità dopo la Divina Liturgia, di solito per l’ora di pranzo. Presente anche una piccola cripta dedicata ai santi Costantino ed Elena. Elemento notevole dell’intero complesso è la grande cupola che copre il Katholicon, rivestita, come tutti gli altri edifici, con porcellana verde-acqua, importata direttamente dalla Russia grazie ai fondi della comunità ortodossa. Le piccole lanterne con globo e le cornici sono dorate, mentre le pareti in fine marmo bianco. Il Katholicon presenta inoltre al suo interno dei grandiosi affreschi che riprendono le raffigurazioni iconiche slave e bizantine, rappresentanti gli evangelisti, i Santi e scene del Nuovo Testamento.
    Mosca chiama Roma, in sintesi: la chiesa di Santa Caterina di presenta come uno straordinario esempio di architettura tradizionale russa, che prevede, archi, guglie, cupole, ingressi, cancelli secondo lo stile moscovita. Chi avrebbe mai detto che a Roma si può vivere un pò di Russia?
    E’ possibile visitare la chiesa liberamente, anche durante le celebrazioni della Divina Liturgia, con l’accortezza, per gli uomini, di togliersi il cappello.

-Sebastiano Maltese